Sbam! Una bella difficoltà e la comodità è spazzata via, volatilizzata all’istante.

Come ti togliessero la sedia mentre stai per sederti e ti trovassi a planare spiacevolmente nel vuoto, per poi atterrare malamente sul pavimento duro e freddo.

Le ossa fanno male e anche lo spirito.

Comincio a capire l’attitudine alla scomodità di cui parla Sebastiano Zanolli nei suoi libri, quell’atteggiamento che permette di mantenersi attivi, scattanti, pronti, anziché ammorbidirsi troppo e perdere la grinta necessaria per affrontare gli imprevisti sgraditi.

Tony Robbins si tuffa ogni mattina in una vasca di acqua gelida. “1, 2, 3 GO! And when I say go, I go”.

Ricordo, ad uno dei suoi corsi cui ho partecipato, la tecnica del “Push”.

Quando credi di essere arrivato al limite, spingi, premi ancora l’acceleratore per qualche minuto.

Si apriranno nuovi orizzonti, sgorgheranno inimmaginabili energie.

Robbins ti porta a lavorare per 14 ore di fila, mangiando poco ed escludendo ogni distrazione.

Ti conduce a quel limite e ti dimostra che tu puoi andare oltre.

Apprendi poi che ci vuole allenamento.

Bisogna muoversi per gradi per abituarsi a spingere, proprio come in sala pesi.

La chiave è la stessa che svela Coelho con la metafora di fermarsi a pochi metri dall’oasi.

Ci racconta la storia del viaggiatore che si blocca spossato dal caldo e dalla sete, arrendendosi al deserto, senza rendersi conto di trovarsi davvero a pochi passi dall’oasi.

Sarebbe bastato un piccolo sforzo, una spinta, ancora un pizzico di energia e avrebbe raggiunto la meta, salvandosi la vita.

Sarebbe bastato crederci. Credere in se stesso e nella possibilità di farcela.

Cedere alla spietatezza del deserto o mettersi in salvo?

A volte, basta spingere ancora un po’.

Altre, invece, bisogna cambiare strada. Ma anche in questo caso, occorre spingere ancora qualche istante. Magari per chiudere una porta, o per voltare le spalle, o per trarre un respiro profondo e fermarsi, ma solo dopo aver raggiunto una nuova consapevolezza.

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