Fuoriprogramma all’ordine del giorno.

Caspita, quasi quasi lo metto in agenda.

Sveglia, esercizi per la schiena, colazione, imprevisto.

Chissà se funziona.

Se prevedo l’imprevedibile sono in vantaggio. E poi sommo imprevisto ad imprevisto e sviluppo il dono della flessibilità. Ci aggiungo anche un po’ di stretching, anzi yoga che è più alla moda, e vado sul sicuro.

Cavalco l’onda e vivo alla giornata, come un surfista che si rispetti.

Cosa è la sicurezza, mi chiedo. Una percezione, un’illusione. La solidità dell’acqua su cui surfo. Quello che mi racconto per garantirmi l’equilibrio o forse quello che mi tolgo dalla testa per riuscirci. Eppure, è un bisogno fondamentale e sento di doverlo soddisfare. Se credo nella magia, lo placherò con un rituale, se sono religioso mi basterà una preghiera, se non credo in nulla forse cercherò qualcosa di concreto, una carriera, una buona posizione sociale, un amore. Forse una nuova definizione di concretezza, così, giusto per potermici appoggiare, quando mi assale il dubbio. Il dubbio sulla solidità di tutto quello cui mi aggrappo per sentirmi saldo.

Mi fermo. Rileggo. Silenzio.

Mi sento come una particella di sodio nella bottiglia di una famosa marca di acqua minerale.

C’è nessuno?

Quasi quasi busso sul vetro, “Toc Toc”, visionaria come il Joker di Phoenix-Philips che ride di solo lui sa cosa. E ride, con sdegno, sfrontatezza, sfida. Perché la follia va sfidata quando ti guarda negli occhi, con un ghigno del genere.

Soprattutto se sai che se si sta divertendo tanto è perché coglie dell’ironia nella tua sorte.

E se avesse ragione?

Così rotolano e si sgretolano pensieri, parole, certezze solo per dimostrare che, volendo, tutto perde fondamento.

Nulla di certo se non l’incertezza. Nulla di stabile se non il cambiamento.

E se tendo l’orecchio mi pare di sentire ancora riecheggiare nel silenzio quella risata fuori tempo.

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