“Non è tanto quello che mi hai detto, ma COME (!) lo hai detto”

Forse hai pronunciato anche tu questa frase qualche volta e, forse, altre volte l’hanno detta a te o ti è capitato di ascoltarla.

Perché talvolta i diverbi nascono per “questioni di principio” e spesso, poi, si continua a discutere come per forza d’inerzia, perdendo di vista la causa iniziale dello screzio. Si rimane attaccati all’ultima parola ascoltata, alla particolare intonazione percepita, quella che fa scattare una reazione automatica interna per cui proprio “questo non lo puoi accettare”.

D’altra parte, quando sei tu che devi per forza di cose comunicare un messaggio scomodo, aspettarti di essere compreso semplicemente per le tue buone intenzioni è utopia: significa spianare la strada alla delusione. Sì, perché se ti aspetti di essere sempre compreso, prima o poi, rimarrai indubbiamente deluso. La delusione è un effetto collaterale dell’aspettativa. Solo che quando nasci non ti consegnano un libretto di istruzioni per la vita, quindi puoi comprenderlo soltanto vivendo.

Da giovane ero molto convinta che tutto fosse bianco o nero, giusto o sbagliato e che, quindi, dovesse essere semplice comprendersi.

Con il passare del tempo ho imparato a conoscere le sfumature, cioè la soggettività delle opinioni rispetto all’oggettività della realtà, a comprendere che convinzioni diverse hanno un impatto differente su pensieri e discorsi. Cercando le sfumature non comparvero soltanto infinite variazioni di grigio, ma anche di bellissimi colori pastello.

Il mondo appariva improvvisamente più luminoso e colorato, ma anche molto più complesso.

Paradossalmente, una volta compresa e accettata la possibilità di fraintendere, come l’impossibilità di dare sempre la giusta interpretazione ad eventi e parole, la complessità si è dipanata come le nuvole in un cielo spazzato dalla Tramontana.

La prima chiave per intendersi: apertura mentale alle diverse prospettive.

Se ci prendiamo la nostra parte di responsabilità delle situazioni e ci adoperiamo, in questo caso per dialogare e quindi verificare la reciproca effettiva comprensione, tutto diventa molto più gestibile.

Esiste un esercizio utilissimo per allenare la nostra mente all’apertura mentale, tratto dal coaching strategico, che insegna Chiara Nardone, Psicoterapeuta, Docente e Coach del metodo strategico durante i corsi di formazione: i cinque punti di vista.

Immagina una situazione. Di vedere ad esempio una macchina parcheggiata in una stradina senza sbocco, davanti ad un portone, con la portiera aperta. Due persone dentro. Immagina il perché. Cosa sta accadendo? Dopo la prima risposta cercane altre quattro, per te meno evidenti, ma possibili.

Ad esempio:

  • Sono amici che ti stanno aspettando per farti una bella sorpresa.
  • Malintenzionati che si sono appostati per farti una brutta sorpresa.
  • Complici di qualcuno che sta svaligiando un appartamento.
  • Innamorati in cerca di un posto tranquillo.

Questo semplice esercizio ci permette di stimolarci alla flessibilità e all’apertura mentale necessarie quando stiamo comunicando in situazioni complesse, insolite o delicate.

Ci sono poi in ballo altri fattori.

Quelli che determinano il modo in cui le tue parole vengono percepite:

la scelta stessa dei termini con cui ti esprimi, il tono che usi per pronunciarli e il tuo atteggiamento fisico (rilassato, chiuso, aggressivo, ecc) mentre lo stai facendo.

Giorni fa alle poste le impiegate si accorgono che all’interno dell’ufficio siamo troppi rispetto alle normative anti-covid. Allarmate iniziano a riportare i presenti all’ordine, chiedendo a chi non è allo sportello, di uscire e rispettare la coda all’esterno, come indicato dai cartelli.

Una signora seduta pare non sentire e l’impiegata che sta seguendo la mia pratica le chiede cosa stia facendo.

“Il back up del telefono” risponde. L’operatrice le chiede di uscire concludendo così:

“Non può stare mica lì a giocare!”.

La signora esce brontolando fra sé e mentre la sorpasso, terminata la mia pratica, la sento borbottare:

“Giocare? Mica stavo giocando! Che persone maleducate!”.

Una parola per spegnerle il buonsenso. La signora non si è nemmeno resa conto che stava violando le normative esposte nell’ufficio, tanto si è sentita offesa.

A nessuno piace sentirsi piccato, ripreso. È un’emozione che ci fa perdere lucidità perché tocca una delle paure ancestrali che ci portiamo nel DNA, quella di “non essere abbastanza”. Abbastanza svegli, accorti, intelligenti, rispettosi e così via. Sentirsi inadeguati è un attimo.

A nessuno piace.

Se vogliamo avere risultati, essere efficaci e mantenere un rapporto sereno con gli altri, dobbiamo tenerne conto quando comunichiamo. Quantomeno è bene esserne consapevoli e scegliere coscientemente parole e atteggiamenti da impiegare.

La seconda chiave per riuscire è quindi la consapevolezza.

La terza: portare l’attenzione così acquisita nell’azione e agire, nel nostro caso: comunicare, in modo consapevole.

Per concludere, una famosa frase attribuita a Lao Tzu:

Chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato

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